lunedì 28 luglio 2014

Storia di un potente criminale




Spezzategli le ossa, ma prima fate attenzione che non vi siano in giro macchine fotografiche» (Henry Kissinger, rivolto al governo israeliano, commentando le scene del famigerato «spezzamento delle ossa» da giovani palestinesi).

Lo abbiamo sentito ripetere tante volte a scuola, all’università, lo abbiamo letto tra le pagine di Montesquieu, Hume e I ,ocke: i leader che disprezzano i precetti legali tradizionali e considerano le questioni morale imposte loro dalla società internazionale come un peso non voluto e non accettato, sono un pericolo per l’ordine, la libertà e la società civile. Uno di questi leader, che ha calpestato le più sacrosante regole di diritto internazionale, è stato Henry Kissinger. Ecco perché la decisione di Bush di metterlo a capo della commissione investigativa sui fatti dell’ Il settembre può essere considerata come un crudele insulto alla memoria delle vittime di quel giorno e un affronto per un pubblico americano desideroso di conoscere la verità piena su ciò che accadde quel giorno. Come dimenticare! Henry Kissinger, consigliere per la Sicurezza nazionale del presidente Nixon e, in seguito, segretario di stato, fu dietro il segreto (e illegale) bombardamento della Cambogia, e il deliberato prolungamento ed espansione della guerra in Indocina mediante il suo boicottaggio dei colloqui di pace di Parigi, alla vigilia delle elezioni presidenziali Usa del 1968, allorché obbligò i negoziatori sudvietnamiti a ritirarsi precipitosamente dai colloqui, affermando che essi avrebbero potuto contare su trattative migliori con un repubblicano alla Casa Bianca.
• Tratto dal sito www.arabcomint.com

La malafede di Kissinger è stata ampiamente documentata da un articolo in due parti di Christopher Hitchens, nei numeri di febbraio e marzo 2001 di Harper’s Magazine, e nel recente The Pinochet File, di Peter Kombluh, in cui si afferma che non solo Kissinger appoggiò il terrorismo di stato, ma fu direttamente coinvolto, attraverso la cosiddetta Commissione 40 (dal nome della stanza dell’ufficio in cui essa si riuniva, e che fu presieduta da Kissinger dal 1969 al 1976. Essa supervisionava tutte le «operazioni coperte» Usa), nel rapimento e assassinio del comandante militare cileno Rene Schneider.
L’azione, ad opera dei futuri golpisti addestrati e finanziati dalla Cia, culminò nell’assassinio
del presidente legittimamente eletto, Salvador Allende, e nell’insediamento della dittatura di Pinochet. Fu in quel tempo che Kissinger fece la famigerata dichiarazione che la dice lunga sul suo concetto di democrazia: «Non vedo la ragione per cui un paese debba diventare comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo».

Non c’è bisogno di ricapitolare le macchinazioni di Henry Kissinger, ugualmente ben documentate, che portarono ai massacri in Bangladesh nel 1971; al colpo di stato a Cipro ispirato dalla Grecia che provocò la successiva invasione turca dell’Isola; all’invasione, sostenuta dall’America, di Timor Est da parte dell’Indonesia, nel dicembre dello stesso anno; alla tragica morte, mediante autobomba, dell’ex ministro degli esteri di Salvador Allende e ambasciatore, Orlando Latelier, insieme al suo collega americano Ronny Moffit, in Massachusetts Avenue, Washington, 1976.

Oggi, Henry Kissinger è un uomo che molti tribunali in tutto il mondo desidererebbero interrogare. Negli Usa vi è una pendenza legale contro di lui intentatagli dalla famiglia di Rene Schneider, e un processo intentatogli contro da numerose vittime cilene dei tempi della dittatura di Pinochet, al cui regime egli fornì assistenza politica nel massacro di migliaia di oppositori politici (il codifensore di Kissinger nel caso è Michael Townly, l’agente di Pinochet a Washington, che si ritiene abbia posizionato l’autobomba che uccise Latelier e il suo collega nel 1976). Al di fuori degli Usa, la Corte Suprema cilena ancora aspetta da lui notizie sull’assassinio di Charles Horman, il giornalista americano ucciso durante il golpe del 1973. In Spagna, il giudice che richiese, nel 1998, l’arresto di Pinochet in Gran Bretagna, vuole interrogarlo in merito a crimini contro l’umanità. In ognuno di questi casi, Henry Kissinger o sapeva o prese parte attiva.
Sebbene non presenti lo stesso grado di abilità, ricordiamo pure il rapporto ambiguo che Kissinger intrattenne con l’ex presidente egiziano, Anwar Sadat.

All’inizio della guerra del Kippur, quando Kissinger fece da mediatore nei negoziati per un cessate il fuoco tra Egitto e Israele, noti come «diplomazia pendolare», fu spesso fotografato all’aeroporto del Cairo, salutato e baciato sulle guance dal presidente Sadat, che si riferiva a lui come «il mio amico Henry». Nel libro Le conversazioni segrete di Henry Kissinger (1976), scritto dal celebre giornalista israeliano Matti Golan, leggiamo di come Kissinger, nei suoi incontri con Golda Meir, si riferisse a Sadat chiamandolo «quel piccolo buffone». In Francia, il giudice che indaga sulla «sparizione» di cinque cittadini francesi in Cile durante la dittatura di Pinochet, è ansioso di vedere Kissinger sul banco dei testimoni. Quest’uomo è stato scelto da Busti per guidare una commissione indipendente che faccia luce sugli eventi dell’ Il settembre. Per molta gente al mondo, Kissinger è uno dei simboli dell’arroganza statunitense, un uomo che avrebbe molte cose da confessare affinchè la sua commissione possa essere presa seriamente.

Henry ha probabilmente sentito un po’ di fiato sul collo poiché, pochi giorni fa, ha presentato le dimissioni da capo della commissione d’inchiesta con una lettera a Bush in cui parla di non meglio specificati «conflitti d’interesse che potrebbero seriamente pregiudicare il lavoro della commissione stessa».
Il Washington Post ha riportato semplicemente:
«Le dimissioni mettono fine a due settimane di intenso dibattito politico riguardo al controverso passato di Kìssinger che potrebbe influenzare il lavoro della commissione».
Un passato davvero controverso.
Quel passato è conservato nei libri di storia.

Ci dice che Henry Kissinger non è un vecchio statista in pensione.
La sua reputazione non potrà essere riabilitata neppure da visioni revisionistiche di futuri ricercatori. Perché, come dice un proverbio Usa che di certo Kissinger conosce, «possiamo mettere del rossetto a un maiale e chiamarlo Monique, ma resterà pur sempre un maiale».
Poco prima che irrompesse la notizia delle dimissioni di Kissinger, un editoriale del Natìon Magazine sottolineava:
«Un bugiardo dichiarato a cui è stato assegnato il compito di scoprire la verità... Lui non è un cercatore dì verità. E’ stato un prevaricatore attraverso le sue azioni e ha cercato di limitare l’accesso alle informazioni governative. Dovrebbe essere il soggetto di unmandato di comparizione, non colui che li emana».
Né colui che possa investigare sul terrorismo, aggiungiamo noi, quando è stato egli stesso
un ammiratore dei terroristi di stato ed ha approvato, incoraggiato e finanziato le loro atrocità in tutto l’arco della sua lunga, ignobile carriera. Bush ci ha provato.

Fonte

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